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CINEFORUM BORGOMANERO

11 DICEMBRE A CIAMBRA

Regia: Jonas Carpignano
Soggetto: Jonas Carpignano
Sceneggiatura: Jonas Carpignano
Fotografia: Tim Curtin
Musiche: Dan Romer
Montaggio: Affonso Gonçalves
Scenografia: Marco Ascanio Viarigi
Costumi: Nicoletta Taranta
Suono: Giuseppe Tripodi (presa diretta, microfonista, montaggio), Florian Fevre (creazione suoni), Julien Perez (mix)
Interpreti: Pio Amato (Pio), Iolanda Amato (Iolanda), Koudous Seihon (Ayiva), Damiano Amato (Cosimo), Patrizia Amato (Patatina), Susanna Amato (Susanna), Rocco Amato (Rocco), Francesco Pio Amato (Keko O` Marrochinu), Damiano Nicolas Amato (Cocchino), Pasquale Alampi (Raffaele Guerrasio), U Ciccarredù (nonno Emiliano), Francisco Berlingeri (Emiliano giovane), `Maria` Rusinova Asenova (Teeth), Simona Amato (Simona), Faith Uchenna Uburu (Faith), Kingsley Asimung (Kingsley), Michele Bovalino (Michele Bovalino), Vincenzo Sposato (Enzo Ila), Paolo Carpignano (uomo di Torino), Riccardo Amato (Riccardo), Simona Asenova (Simona), Gesuele Massimo Amato (Nagnolo), Cosimo Damiano Amato (Cosimino), Massimo Amato (Massimo), Antonella Amato (Antonella), Simona Amato (zia Simona)
Produzione: Jon Coplon, Paolo Carpignano, Ryan Zacarias, Gwyn Sannia, Rodrigo Teixeira, Marc Schmidheiny, Cristoph Daniel per Stayblack Productions/RT Features/Sikelia Productions/Rai Cinema, in associazione con DCM Pictures/Haut Et Court/Film I Vast/Filmgate
Distribuzione: Academy Two
Durata: 120`
Origine: Italia, Francia, Germania, U.S.A., 2017
Data uscita: 31 agosto 2017

Il 14enne Pio vive nella Ciambra, la comunità rom stanziale di Gioia Tauro in Calabria, e vuole crescere in fretta. Come il suo fratello maggiore Cosimo, Pio beve, fuma e impara l`arte di truffatore di strada. Così, quando Cosimo non sarà più in grado di badare alla famiglia, Pio dovrà prendere il suo posto. Tuttavia, questo ruolo così grande per lui arriva troppo presto, mettendolo di fronte a una scelta impossibile...
A Ciambra è il nome della comunità rom di Gioia Tauro. È lì che vive l’infinita famiglia Amato: Iolanda e Rocco, i loro innumerevoli figli e nipoti, il vecchio nonno, che ha ancora negli occhi e nel cuore i tempi liberi della vita nomade. Il figlio minore è Pio, quindici anni. È lui il protagonista del film di Carpignano, che torna ai luoghi e ai volti dell’omonimo cortometraggio di alcuni fa, ideato e girato dopo l’incredibile ‘cavallo di ritorno’ di un’auto rubata da uno dei fratelli Amato. E sono gli stessi luoghi del primo lungometraggio di Carpignano, “Mediterranea”, presentato a Cannes alla Semaine de la Critique nel 2015. Gioia Tauro, Rosarno, i dintorni complicati ed esplosivi di Reggio Calabria. Lì il protagonista era Koudous Seihon nei panni di Ayiva, migrante in cerca di speranza. Ora Ayiva torna come amico fraterno di Pio, mentre il ragazzino è alle prese con il denaro che manca, soprattutto dopo che il fratello maggiore Cosimo e il padre Rocco sono stati arrestati. Pio ruba una valigia, fa dei piccoli lavoretti per gli africani, tutta roba di poco conto. Consegna alla madre i soldi che riesce a racimolare, poi torna a giocare con i nipotini e i motorini, mentre fuma sigarette e parla la sua lingua incomprensibile. Mentre si avvicina il momento di diventare ‘uomo’.
La sfida di Carpignano sta nel costruire una specie di saga sul terreno scivoloso del reale. Traiettorie narrative innestate su un quotidiano già di per sé terribilmente avventuroso, storie che s’intrecciano, personaggi che ritornano e s’incrociano. Il punto non è tanto romanzare le cose, quanto riuscire a tenere sotto controllo questa vita che deborda, tutta questa ‘materia bruta’ che non è assuefatta al cinema, ai suoi limiti produttivi, narrativi, temporali - non è un caso che molti abbiano lamentato l’eccessiva lunghezza di “A Ciambra”, come se il taglio fosse una semplice operazione chirurgica da praticare a sangue freddo. Il punto è, ancora una volta, trovare l’equilibrio tra l’osservazione del reale e la tenuta del racconto, tra il documento e la storia. Ma più che guardare al ‘nuovo’ documentario italiano, con le sue impennate estetiche e le vertigini di messinscena, Carpignano sembra accordarsi ad altre esperienze. La tradizione (neo)realista certo, ma poi i dilemmi morali dei Dardenne, inseguiti col fiato sul collo, e le tracce esplosive di genere, come nel cinema di Audiard. “A Ciambra” si muove così tra il rigore e la visione, il tempo lungo del pedinamento e quello contratto, improvviso, dell’emozione, nello spazio minimo di intervallo tra la normalità e l’inferno. Qualche eccesso di artificio in quelle parentesi immaginarie, in cui il percorso di Pio si vorrebbe ricollegare a quello degli avi, quasi un passaggio mentale dalla vita nomade alla morale nomade, in una terra di nessuno in cui la legge della polizia si confonde con quella della malavita. Ma per il resto “A Ciambra” sta lì fermo, un film secco, tagliente, violento e puro al tempo stesso. E, pur certo non aprendo nuovo strade, Carpignano inventa, perché dal ‘rapporto di fiducia’ con i suoi interpreti, riesce a tirar fuori tutta l’intensità necessaria al dramma. E, al tempo stesso, riesce a trovare quei margini di libertà che servono a squarciare i veli della finzione, a scoprire la verità del mondo, delle cose e delle persone tra le pieghe del racconto.
Aldo Spiniello, Sentieri Selvaggi

A Ciambra, Gioia Tauro, comunità rom, il cinema dell’italostatunitense Carpignano ci era già stato. La famiglia Amato era protagonista del corto/premessa precedente, e Pio era già in “Mediterranea”, lungo d’esordio con il nigeriano Koudous Seihon tra i moti di Rosarno. Come un cinema di famiglia, dunque, nomade in Calabria, cosmopolita tra le baracche, con un ponte per le Americhe: Martin Scorsese è produttore esecutivo, Affonso Gonçalves monta, Tim Curtin illumina. E nel film Pio, per restare alle immagini di Curtin, cerca proprio d’essere un ‘re della terra selvaggia’: padre e fratello sono in carcere, i debiti sono da pagare. Equitalia si presenta, la mafia non aspetta. Tocca a lui. Preadolescente, sigaretta in bocca, primi umori d’amore, tutto un anarchico principio di piacere con il reale che incombe, «ho visto anche degli zingari felici» canterebbe Claudio Lolli, certo, ma anche no. E così questo cinema che si prospetta come uno scorcio etnografico, un prelievo di verissimo vivere dentro la Ciambra, finisce per correre sulle mean streets del racconto criminale: gli strumenti sono quelli del cinema del reale, il film è costruito passo a passo insieme ai protagonisti, basato sul loro esistere, fatto delle loro parole, delle loro idee, delle loro abitudini, sino a incalanarsi verso un action noir che sa di Scorsese, o di Audiard. La scrittura prende il sopravvento, l’equilibrio tra etnografia e fiction latita, alla fine. Il film è cambiato. Lo scandaglio dentro le cose si dimostra un quadro stilizzato sullo stato socioeconomico delle cose. Lo sguardo s’eleva dal reale, sul reale. Da Gioia Tauro a Hollywood. Dal doc alla paraboletta. In un unico film.
Giulio Sangiorgio, Film Tv

JONAS CARPIGNANO
Filmografia:
A Chjàna (2011), Mediterranea (2015), A Ciambra (2017)


 


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