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IL VISCONTINO DI MASSINO CONTRO LA RIVIERA DI SAN GIULIO
 

 

La crisi degli inzi del XVI secolo

I primi decenni del Cinquecento furono senz’altro tra i più tristi per la Riviera di San Giulio. Il feudo, investito al Vescovo di Novara, godeva di fatto di una larga autonomia, riconosciuta dagli Statuti, che ne facevano una sorta di “repubblica guelfa”. La dominazione vescovile era certamente ben accetta dalle popolazioni anche perché garantiva una perenne neutralità nei conflitti tra i signori del tempo.

Questo quadro di tranquillità cominciò ad entrare in crisi alla fine del Quattrocento. La morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 pose fine ad un lungo periodo di pace in Italia fondato sulla politica degli equilibri tra le varie signorie. La discesa in Italia del Re di Francia Carlo VIII, che tentava di inserirsi nella politica italiana con un’azione di rottura dei vecchi assetti, diede il via ad un lungo periodo di lotte in cui finirono per confluire questioni politiche ed economiche ma anche religiose, come la Riforma di Lutero.

Pur estranea a queste manovre, la Riviera si trovò a soffrirne le conseguenze. Il periodo più delicato si aprì con la nomina di Francesco II Sforza a Duca di Milano. I rapporti tra il Ducato lombardo e il feudo vescovile erano stati e furono oggetto di una interminabile disputa legale. La questione non riguardava solo gli azzeccagarbugli dell’epoca, in quanto la Riviera rivendicava i suoi antichi privilegi di indipendenza, rifiutando in particolar modo il pagamento delle imposte.

La relativa prosperità degli abitanti finì con l’ingolosire i governatori ducali del lago Maggiore, che speravano di poter mettere le mani su di una ricchezza così vicina e così indifesa. La Riviera, per la sua natura istituzionale, non era dotata di vere forze armate – siamo nell’epoca dei costosissimi professionisti della guerra – potendo contare solo su di una milizia composta da tutti gli uomini atti alle armi.

Furono due i Vicegovernatori della Rocca di Arona che si adoperarono attivamente nel tentativo di sottomettere la Riviera: Anchise Visconti (dal 1523) dei signori di Oleggio Castello e Bonifacio Visconti (dal 1528) da Castelletto. A questi si aggiunse, con un ruolo solo in parte subordinato, un altro Visconti, Giulio detto il Viscontino, che occupava l’avito castello della famiglia a Massino.

Il governo milanese, ufficialmente contrario a queste imprese, non poteva e forse non voleva, frenare i propri capitani. La situazione politica italiana del terzo decennio del XVI secolo, era del resto esplosiva e venti di guerra scuotevano la penisola, divenuta terreno di scontro fra Spagna e Francia.

 

Il quadro politico e militare

Nel 1521, alla nomina di Francesco II Sforza da parte dell’Imperatore Carlo V, i francesi vennero cacciati dalla Lombardia. Nel 1525 il re di Francia Francesco I scese in Italia e conquistò Milano senza colpo ferire. Il re sapeva bene però che senza la presa della roccaforte imperiale di Pavia, difesa dalla guarnigione comandata da Antonio de Leyva, la sua vittoria non poteva dirsi completa. Decise quindi di porre l’assedio alla città.

Il 23 febbraio 1526 i rinforzi imperiali guidati da Carlo de Lannoy, viceré di Napoli, e dal Conestabile di Borbone, diedero battaglia all’esercito assediante, di cui, oltre ai francesi, facevano parte anche gli alleati svizzeri, i lanzichenecchi di Montmorency e le forze italiane del capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.

Il re francese guidò personalmente l`assalto della sua cavalleria, ma questa si trovò circondata dalla fanteria imperiale che la massacrò. Mentre la celeberrima fanteria svizzera fuggiva, il re stesso era fatto prigioniero.

In quella battaglia terribile trovò la morte il fiore dell’aristocrazia francese, tra cui il maresciallo de La Palice, valorosissimo combattente, a cui i soldati, desiderosi di tramandarne il nome, dedicarono un epitaffio che risultò involontariamente comico. Un verso recitava infatti: “un’ora prima di morire era ancora vivo”. Da qui il termine lapalissiano.

La vittoria di Pavia non riportò la pace. Le truppe imperiali vennero in gran parte congedate per mancanza di denaro. Nel Milanese divennero particolarmente indisciplinate e cominciarono a vessare la popolazione.

Francesco I, tornato in libertà, organizzò subito, con il papa e altri signori italiani preoccupati dello strapotere spagnolo, la lega santa di Cognac.

L’adesione del Pontefice Clemente VII, al secolo Giulio De Medici, all’alleanza filofrancese portò, per un incredibile paradosso, le truppe del cattolicissimo imperatore Carlo V, composte da spagnoli, italiani, ma anche moltissimi lanzichenecchi protestanti, a marciare su Roma.

Giovanni De Medici – detto dalle Bande Nere perché aveva fatto abbrunare le insegne alla morte di Leone X – era stato nominato capitano dell’esercito pontificio dal Pontefice, cugino          della madre. Tentò di sbarrare la strada agli imperiali, ma venne ferito da un colpo di colubrina e morì a Mantova.

Nel 1527 l’orda, guidata da Georg von Frundsberg e dal  Conestabile di Borbone, senza incontrare più ostacoli, calò su Roma, che venne saccheggiata tra inaudite violenze perpetrate sulla popolazione civile, sulle donne e sui religiosi. L`uccisione del Conestabile di Borbone durante l’assedio di Castel Sant’Angelo, di cui si vantò Benvenuto Cellini nell’autobiografia, tolse alla truppa gli ultimi freni.

Il trauma segnò la fine dell’epoca dell’ottimismo umanistico, della fiducia nella virtù dell’uomo e della sua capacità di trionfare sulla sorte. L’immobile e ordinata disposizione di scene bibliche della prima serie di affreschi ella cappella Sistina eseguiti da Michelangelo Buonarroti tra il 1508 e il 1512, lascia il posto al terrificante dinamismo del Giudizio Universale, eseguito tra il 1535 e il 1541.

Nello stesso 1527 Pavia fu presa d`assalto dalle truppe francesi e orrendamente saccheggiata per 8 giorni. Durante l`assedio andarono distrutte l`ala nord del Castello Visconteo e le due torri che la fiancheggiavano.

 

I riflessi sulla Riviera di San Giulio

La Riviera non poteva non risentire di questa situazione d’instabilità. Nel 1523 Gozzano fu minacciato da  fanti e cavalieri francesi, in ritirata da Arona, validamente difesa da Anchise Visconti. Un loro assalto venne respinto. La Riviera funse da riparo per i profughi provenienti dal Novarese, dove i francesi avevano riconquistato Novara, che avevano perso l’anno precedente. Furono forse gli sfollati ad introdurre la peste. Il primo caso fu registrato ad Orta nel 1523 e in seguito l’epidemia portò molti lutti in tutta la zona.

Nel 1524 il duca Francesco II scrisse alla Riviera imponendo Giovanni Pietro Cremonese come castellano, ma la Riviera rifiutò. Probabilmente per punizione Anchise Visconti fece saccheggiare Orta da una grossa banda di soldati. Molti prigionieri furono portati ad Arona e per la loro liberazione fu necessario pagare un riscatto. Giovanni Olina di Orta si impegnò per 700 lire imperiali a garanzia del pagamento.

L`amministratore del comitato Morone pregò Anchise Visconti “con manierosa piacevolezza”, secondo le parole del Cotta, di non molestare la Riviera, non appartenendo al suo stato, ma la protesta sortì poco effetto. Si ricorse al re, che ordinò al Visconti di non molestare la Riviera.

Nel 1526, non sapendosi come pagare le truppe mercenarie, la Riviera fu però costretta ad alloggiare, e quindi a sfamare, una compagnia imperiale agli ordini del Capitano Rosales. L’anno seguente, sentendosi forse autorizzato dal precedente del Rosales, fu Bonifacio Visconti a pretendere con la forza l’alloggio di truppe.

Bonifacio, cugino di Anchise e suo nemico personale, in precedenza era passato dalla parte dei Francesi e per questo era odiato dai capitani imperiali. Desiderando riacquistare i favori dell’Imperatore, intendeva farlo a spese dei cusiani. Nel 1528, ormai succeduto ad Anchise nel comando di Arona, chiese al Duca di Borbone di essere nominato Castellano di Gozzano o Governatore della Riviera.

Senza por tempo in mezzo cercò di ottenere una ratifica a posteriori del suo operato, occupando di sorpresa il castello dell’isola di San Giulio coi suoi armati. La popolazione insorse e lo strinse d’assedio, ma giunsero in suo soccorso da Omegna Gerolamo Ronco d’Ornavasso e il Viscontino di Massino. Le milizie locali furono messe in fuga e Orta subì un nuovo pesante saccheggio.

Il Vescovo Arcimboldo si rivolse al Governatore dello stato per Carlo V, don Antonio de Leyva. Questi, di origine spagnola, fu il fondatore di una potente famiglia milanese, cui appartenne Marianna De Leyva, alla cui storia si ispira la manzoniana figura della Monaca di Monza. Il Vicegovernatore, nel riconoscere i diritti della Riviera, fece sapere al Vescovo che le casse dello stato erano praticamente vuote e che quindi aveva bisogno di un prestito di cinquecento scudi. Il Vescovo capì e aprì la borsa, versandone trecento di tasca propria purché alla Riviera non fosse chiesto null’altro.

L’anno successivo, nel febbraio del 1529 una nuova minaccia si profilò. Il Duca d`Urbino, capitano della lega anti imperiale costrinse il De Leyva ad evacuare il Novarese, mentre le forze francesi si spingevano fino a Mortara e Vigevano. Contemporaneamente Cesare Maggio colonnello napoletano dell’esercito imperiale invase la Riviera con l’intento di occupare il castello dell’isola. Se lo facesse in funzione antifrancese o a puro scopo di rapina non è chiaro. Di certo rimane il fatto che il Maggio chiese una taglia di 4000 scudi per la libertà. La popolazione rifiutò e si rifugiò con i propri averi nel castello dell’isola, organizzando la resistenza. Lo stesso vescovo Arcimboldo contribuì alla difesa della fortezza, che grazie alla posizione naturale e alle opere costruite si rivelò inespugnabile.

Stando alla testimonianza dell’Olina, contemporaneo agli eventi, il Maggio visti vani i tentativi di conquista del castello si sarebbe allontanato dopo aver razziato le campagne. Nei racconti più tardi, come quello del Fara, il racconto si arricchisce di nuovi particolari e assume i toni dell’epica, con la descrizione della gloriosa insurrezione degli abitanti che avrebbero cacciato gli invasori sulla punta dei forconi e delle spade. È invece noto che la vicenda dell’eroico sacrificio di Maria Canavesa – che avrebbe suonato le campane della Torre di Buccione per chiamare alla riscossa la popolazione – non è che una novella romantica scritta nell’Ottocento dal Giovanetti.

La gente della Riviera era ormai esasperata e, nonostante gli appelli del Vescovo – che temeva di innescare una crescente spirale di violenza – era sempre più convinta che l’unico modo di difendere le donne, gli averi e il bestiame fosse quello di prendere le armi.

Nel maggio del 1529 il Viscontino, che non aveva mai smesso di molestare gli uomini e i villaggi della Riviera, organizzò una nuova spedizione e partì alla testa di un centinaio di uomini, tra fanti e cavalieri. I razziatori scesero parte da Sovazza e parte da Arona, riunendosi nei pressi di Ameno, dove presero alcuni prigionieri. Diressero quindi su Armeno per far preda e  rientrare alla base. Fin dall’alba però tutte le campane della Riviera suonavano a stormo contro di lui e tutti gli uomini validi prendevano le armi per combattere.

Giunto all’altezza di Pisogno, presso il monte Duno il Viscontino si trovò di fronte la milizia. Pensando di poter disperdere facilmente quella massa di contadini diede battaglia, ma finì per cadere in trappola. La zona, in parte paludosa, mal si prestava all’uso della cavalleria. Inoltre i locali, seppur male armati, lo sovrastavano per numero e, soprattutto, non avevano dimenticato né il ruolo avuto dal signorotto nel sacco di Orta dell’anno precedente nè le continue violenze.

Narra l’Olina “poiché egli insisteva, li assalirono come un sol uomo con un gran duello in una località detta del monte Duno, dove uccisero lo stesso Viscontino, e con lui furono trovati uccisi nello scontro circa ottanta morti.” E sentenzia, citando un proverbio “dove l’uomo più pecca, là egli muore.”

La clamorosa vittoria avvenuta, sempre secondo l’Olina, “più per assenso e volontà di Dio che dell’uomo” sembrò porre fine alla minaccia. La terribile fine del Viscontino e dei suoi uomini servì probabilmente da severo monito ai signorotti del Vergante, che  di fatto si astennero da altri atti ostili, né tentarono di vendicare la sconfitta. Di fatto quella fu l’ultima grave incursione, in quanto l’atto sacrilego di alcuni sbandati che avevano militato col Maggio e che nel 1530 rubarono vari arredi nella Basilica dell’Isola ha più l’aspetto di una rapina che di un vero attacco.

Nonostante il fatto d’arme, che nel racconto popolare venne ingigantito e integrato da racconti che confluirono forse nella narrazione del Fara,  un ruolo fondamentale al ristabilimento della pace l’ebbero l’accordo di Barcellona tra il Pontefice e Carlo V e la pace di Cambrai del 1529. Il feudo vescovile, che restava sotto la protezione della Chiesa, poteva tornare ad essere difeso con le armi della diplomazia e, nei casi più gravi, con la minaccia della scomunica.

Ai rivieraschi restò comunque l’orgoglio per la vittoria, che poneva fine al periodo più drammatico della crisi. L’Olina, nel concludere il commento alla morte del Viscontino, annotava nel suo diario: “Bisogna operare perché chiunque tenta di entrare in questo modo nella nostra repubblica, così l’attraversi.”

 Andrea Del Duca, da PAGVS Notiziario dei soci, marzo 2002 

 

Bibliografia:

Cotta, L. A., Corografia e descrizione della Riviera di San Giulio, Milano, 1688.

Fara, G., La Riviera di San Giulio, Novara, 1861.

Rusconi, A., Il Lago d`Orta e la sua riviera, Torino, 1880.

Il Diario del notaio Elia (1523-1560) e il mondo ortese degli Olina, Orta S. Giulio 1990.

 

 Nelle immagini:

Un gruppo di mercenari svizzeri in un disegno a penna di Urs Graf, eseguito nel 1515

 

Giovanni dalle Bande Nere

 

Il Duca Francesco II Sforza

 


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