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L’area cusiana nella preistoria
 

Volendo tracciare un quadro d’assieme dei ritrovamenti preistorici e protostorici dell’area cusiana, non si deve dimenticare che il Monte Fenera, sebbene geograficamente al di fuori di essa, ha un’importanza non solo locale, in quanto è l’unico sito dell’Italia nord occidentale, a prescindere dalla Liguria, in cui siano stati rinvenuti resti fossili di Homo Sapiens Neandertalensis(1). Ad essi si devono inoltre aggiungere i numerosi manufatti del Paleolitico Medio scoperti a più riprese sul monte, i cui giacimenti fossiliferi e le grotte, solo parzialmente esplorate, si vanno rivelando una ricchissima miniera d’informazioni (2). Sempre al Fenera sono documentati l’arrivo dell’uomo moderno, Homo Sapiens Sapiens, e l’età del Rame, grazie al recente rinvenimento di una sepoltura in grotta(3).

Per l’area propriamente cusiana a prescindere da alcuni ritrovamenti sporadici ancora inediti(4) (che consentono d’individuare le tracce di una frequentazione durante il Neolitico e l’Età del Rame coi ritrovamenti di Cireggio(5) e Grassona (6), cui sono da aggiungerne alcuni effettuati ad Ameno e Gozzano(7). Nel 1992 ad Ameno venne rinvenuta una notevole quantità di ceramica ad impasto grossolano, che appariva in sezione per uno spessore di circa 20 cm. Nella primavera del 1994, in collaborazione con la Soprintendenza, il Gruppo Archeologico del Lago d’Orta PAGUS (8) effettuò un saggio di scavo sul luogo del rinvenimento. Pur essendosi rinvenuta una notevole quantità di materiale, databile per lo più alla media età del Bronzo, non fu possibile individuare alcuna struttura. Si tratta in ogni caso di resti che indiziano la presenza nelle vicinanze di un abitato (9). A Gozzano (10), nel settembre 1987, in regione Malpensa, erano già stati recuperati vari frammenti di ceramica domestica preistorica, simili a quelli scoperti ad Ameno nel 1992.

I fittili rinvenuti, seppur nella loro frammentarietà e con tutti i problemi connessi alla datazione di questi materiali, testimoniano l’esistenza di piccoli insediamenti, senza che sia però possibile aggiungere nulla circa l’inquadramento culturale. Anche le tombe a cremazione scoperte nella Villa Marcioni (11), se offrono la prima testimonianza di questo rituale cinerario in area cusiana, non permettono alcuna considerazione cronologica non essendo più reperibili. Interessante, ma ancora tutta da verificare è la supposta esistenza di una palafitta nella zona di Buccione (12), che trova qualche riscontro anche nei vari rinvenimenti di ceramica preistorica dall’area del Lido di Gozzano (13).

Un vero salto di qualità, per quanto concerne la consistenza demografica del Cusio si ha con l’inizio dell’età del Ferro. Il complesso delle quattro (14) necropoli a cremazione di Ameno, scavate tra il 1915 e il 1936 dal Barocelli e dal Decio, a cui debbono aggiungersi altri ritrovamenti successivi più o meno controllati, ha restituito un totale di più di 140 tombe a cremazione. Questi ritrovamenti testimoniano l’esistenza nelle vicinanze di un villaggio di discrete dimensioni, che, come già suggeriva l’ing. Decio e come indizia la presenza di numerosi frammenti ceramici (15) sulle sue pendici, doveva trovarsi sulla sommità del Monte Mesma, luogo facilmente difendibile da cui si domina il lago e la pianura. Per la fase più antica la natura dei corredi, piuttosto poveri, e l’analisi delle necropoli non lasciano ancora trasparire indizi di una qualche stratificazione sociale, ma la raffinata fattura di molte urne suggerisce la presenza in loco di vasai di notevole abilità artistica. La durata dell’insediamento non è precisabile, in assenza di scavi regolari sul colle, tuttavia la tipologia dei materiali delle necropoli indica una lunga continuità nell’occupazione del sito, sicuramente dal Golasecca I A 1 (ma forse già dal Protogolasecca III, con la tomba 108) al Golasecca II B e poi ancora nel periodo romano. È comunque difficile, essendo stato il terreno rimaneggiato più volte, comprendere se taluni resti provenienti dal Mesma possano essere attribuiti a corredi tombali o se tutti i frammenti siano da attribuire all’abitato. Pare invece certo che gli abitanti non vivessero concentrati sul colle, giacché nello stesso periodo era abitata anche la sommità del colle di Buccione, sulle cui pendici si trovano frammenti ceramici (16) con decorazione simile a quella delle urne di Ameno F. Non è possibile, al momento attuale, verificare l’ipotesi, avanzata dal Decio e dal Barocelli (17), che fosse abitata anche l’altura di Lortallo, dal momento che i resti ivi rinvenuti paiono per lo più attribuibili all’epoca gallo romana. D’altro canto la costruzione degli edifici medioevali e moderni ha sconvolto l’eventuale terreno archeologico.

Ad ogni modo, il dato che sembra emergere chiaramente è la relazione tra la posizione di questi villaggi e le principali vie di transito, quali che fossero le merci o i beni transitanti su di esse. Gli abitati del Mesma e di Buccione a prima vista sembrano decentrati e marginali rispetto alla grande via d’acqua dell’asse Ticino-Verbano (attraverso la quale si giungeva facilmente ai principali valichi alpini) che svolse un ruolo fondamentale, grazie all’intermediazione delle genti golasecchiane, negli scambi tra il Mediterraneo e l’Europa, tanto da venire identificato con la mitica via percorsa dagli Argonauti (18). In realtà, contrariamente a quanto può sembrare, anche il lago d’Orta si trova in una posizione chiave per le comunicazioni nord sud. La “via dell’Agogna”, itinerario terrestre che, risalendo il corso del torrente, collegava il Po e le vicine valli dell’Appennino ligure al Cusio, appare frequentata sin dalla preistoria più antica (a Briona sono venuti alla luce strumenti litici musteriani). Essa doveva costituire un percorso complementare rispetto alla via d’acqua del Ticino e consentiva, attraverso il Cusio, di raggiungere l’Ossola, il Verbano (che all’epoca, prima degli insabbiamenti provocati dal Toce, si spingeva almeno sino a Mergozzo) e quindi i principali passi alpini.

L’esistenza di una via nord-sud passante sulla costa orientale del Cusio ai piedi del Mesma, nella valle di Lortallo, trova conferma nella presenza di necropoli e resti di abitato lungo tutto il tracciato morfologicamente più probabile. L’esistenza di villaggi preistorici sul Mesma, a Buccione, a Carcegna e forse a Lortallo può essere spiegata in un’ottica di controllo e sfruttamento di questo percorso. In epoca romana tale via, la si voglia o meno identificare con la via Settimia, fu probabilmente potenziata per collegare Novaria all’Ossola ed una serie di ritrovamenti ne indica il tracciato: Briga Novarese, Gozzano, Bolzano Novarese, Lortallo e Carcegna. Nel medioevo la strada prese il nome di via Francisca e determinò la costruzione, sul luogo dei siti preistorici, di castelli e torri, posti a controllo di punti di passaggio obbligato: Buccione, Mesma, Lortallo e Carcegna.

Probabilmente non è un caso che le necropoli di Ameno si snodino nella valle di Lortallo come a seguire una via e che questa, proseguendo il suo itinerario sembri risalire la costa sino ad Armeno, da cui proviene una tomba riferibile al G. III A(19). Anche a Como e a Castelletto Ticino, i più importanti centri abitati della cultura di Golasecca, le aree sepolcrali paiono collocate lungo i sentieri che si dipartivano dagli abitati. Sempre al G. III A(20) sono attribuibili quattro tombe di Pedemonte di Gravellona Toce, allo sbocco della Val Strona, luogo di passaggio obbligato.

Se l’importanza delle necropoli di Ameno è fuori discussione, più difficile è la loro collocazione nel panorama cusiano, dal momento che non è ancora possibile stabilire se la mancanza di altri ritrovamenti nell’area rifletta un’effettiva situazione demografica o non sia piuttosto da imputare alla lacunosità delle fonti. Apparentemente, comunque, dopo una fase di crescita nella prima età del ferro, si ha un forte calo demografico a partire dal Golasecca II B, forse in connessione allo sviluppo del centro di Brigodunum, la cui area sepolcrale è stata rinvenuta a San Bernardino di Briona.

Con la seconda età del ferro i rinvenimenti se sono meno numerosi appaiono distribuiti più equamente su entrambe le coste. Scoperte casuali a Carcegna(21) e Nonio(22) sono infatti attribuibili al periodo gallico, mentre una tomba isolata di Quarna(23) e la ben più consistente necropoli di Carcegna(24), mostrano un quadro di veloce romanizzazione dell’area. Ritrovamenti di una certa importanza vennero fatti anche presso il Mesma dal Decio(25) ma andarono sfortunatamente dispersi.

Un discorso a parte, anche perché si tratta di un fenomeno a volte mal definibile cronologicamente, è costituito dall’arte rupestre. Sul significato di queste incisioni si è discusso a lungo, senza giungere ancora ad un accordo. Se nella maggior parte dei casi è possibile ricondurle all’ambito religioso, risulta impossibile, al momento attuale, chiarire l’esatta natura dei riti. In taluni casi come a Bugnate(26) e Monte Zuoli(27), è attestata una tradizione collegata ai riti della fertilità e continuata fino ad epoca recente. D’altro canto la “Preja Batizàa” di Bugnate, i massi di Boleto(28) e Sovazza(29), nonché le numerose coppelle segnalate in Val Strona(30), si collocano in aree in cui l’allevamento ha costituito fino a tempi recenti un ruolo importante nell’economia delle popolazioni e suggeriscono quindi un possibile collegamento coi rituali agropastorali. La recente scoperta in comune di Pella, lungo l’antico percorso degli scalpellini, di un masso altare (che va ad aggiungersi alla roccia coppellata del monte Zuoli, posta anch’essa in un punto di passaggio obbligato) sembra suggerire l’ipotesi di un itinerario passante sulla costa occidentale, probabilmente connesso più agli scambi locali che a quelli a largo raggio.

Dall’elenco dei ritrovamenti emerge un quadro di sostanziale povertà, in particolare per la costa occidentale, che tuttavia potrebbe essere soprattutto imputabile alla scarsità delle segnalazioni ed essere quindi soggetto a modificazioni in futuro. Alcuni indizi in questo senso vengono da un attento esame dei ritrovamenti sporadici andati per lo più dispersi e da alcune recenti scoperte ancora inedite che suggeriscono come la zona possa offrire importanti testimonianze archeologiche, che solo una maggiore attenzione potrà permettere d’individuare in futuro. In questo senso, l’area più promettente sembra essere quella compresa nei comuni di Pella, Pogno e San Maurizio d’Opaglio.

Per San Maurizio d’Opaglio dobbiamo accontentarci di segnalazioni confuse non documentate. In località Pianelli, subito dopo la guerra, durante i lavori per la costruzione di una casa fu trovata una tomba posta sotto un lastrone di pietra. La presenza di una svastica su uno dei vasi “dipinti di nero” indusse gli scopritori a distruggere il materiale. Tale sepoltura potrebbe essere databile all’Età del Ferro. Giungono inoltre notizie di scavi clandestini effettuati nella zona del cimitero, dove sarebbero stati trovati non meglio precisabili reperti archeologici, forse romani. Ci troviamo quindi di fronte ad un panorama desolante, non tanto per la mancanza di ritrovamenti, ma per la sistematicità, per non dire l’accanimento, con cui questi vengono distrutti od occultati!

Qualche passo in avanti è stato compiuto negli ultimi tempi, grazie alla collaborazione di privati e all’opera di censimento condotta dal Gruppo Archeologico PAGUS. In particolare si è giunti all’individuazione di due interessanti rocce incise. La prima, scoperta nel 1995(31) nelle vicinanze del cimitero di San Maurizio d’Opaglio, riporta un’incisione eseguita con uno strumento metallico su di una pietra inserita in un muro di recinzione a secco. All’interno di un ottagono sono stati tracciate linee verticali, orizzontali ed oblique a formare cinque quadrati disposti a croce, ciascuno dei quali è suddiviso ulteriormente dalle due diagonali e dalle due perpendicolari ai lati, a formare un motivo a “bandiera inglese”. La figura del quadrato suddiviso dalle diagonali e dalle perpendicolari sembra riportare all’età romana, al gioco conosciuto come tria e descritto da Ovidio e Isidoro di Siviglia.(32)

Una seconda importante scoperta a cui si è accennato sopra è stata effettuata nella primavera del 1996. Sulla faccia superiore, naturalmente piana, di un masso erratico posto al confine tra i comuni di San Maurizio d’Opaglio e Pella, nel territorio del secondo, sono state scoperte tre vasche, una cinquantina di coppelle e numerose canalette di scolo scavate nella roccia con uno strumento metallico. Tale associazione di elementi appartiene ad una tipologia che in Piemonte trova confronti a Susa e a Fenestrelle - Crò da Lairi(33). Come si è detto sopra, generalmente tali incisioni sono difficilmente databili, ma in questo caso è possibile proporre una datazione alla seconda età del ferro sulla base dei confronti citati.(34)

Interessanti novità emergono anche nello studio dei siti abitati. A San Maurizio d’Opaglio, in frazione Opagliolo, esiste un imponente complesso murario, denominato Carlaccio, realizzato in opera a secco, che non è spiegabile con terrazzamenti ad uso agricolo. Non è ancora possibile avanzare ipotesi cronologiche sicure, pur trattandosi di strutture verosimilmente precedenti il Mille. Resta da chiarire se si tratti di un complesso preromano, interpretabile come un “castelliere” o piuttosto di un villaggio fortificato altomedievale(35). Solo studi più approfonditi potrebbero consentire un migliore inquadramento dell’area.

A Pogno, sulla sommità dell’altura che domina il paese, si trova un’imponente fortificazione a pianta circolare, costruita interamente a secco e denominata “castello”. All’interno le mura sono rinforzate da un terrapieno, che eleva il piano di calpestio di almeno due metri rispetto all’esterno. Comunemente considerato di età medievale, il fortilizio presenta più fasi di costruzione, visibili nell’ordito delle mura, di cui la più antica appare realizzata in opera megalitica. Anche per questa struttura, di cui già in passato(36) è stata segnalata l’importanza, mancano studi condotti scientificamente, che potrebbero portare ad una migliore definizione cronologica del complesso.

Prospettive della ricerca
Le indagini e le segnalazioni degli ultimi anni, pur mancando di sistematicità,  hanno portato alla luce una serie di spunti meritevoli di indagini più approfondite. Innanzi tutto emerge con chiarezza come la distribuzione degli insediamenti segua il tracciato di itinerari antichissimi che, essendo determinati dalla morfologia del territorio, la romanizzazione si limitò a ricalcare e a potenziare. Come si è detto appare fortemente indiziata da numerosi ritrovamenti l’esistenza di un tracciato terrestre che, provenendo dalla pianura, conduceva all’Ossola e al Verbano transitando sulla costa orientale. È invece più difficile rintracciare le vie che dovevano pur esistere sul versante occidentale, dal momento che doveva trattarsi di sentieri destinati soprattutto agli scambi locali e al transito delle mandrie. Occorre comunque tenere conto del fatto che la viabilità del Cusio è stata sempre pesantemente condizionata dalla morfologia del territorio, che di fatto impone numerosi passaggi obbligati. Non bisogna per altro dimenticare l’importante ruolo svolto dal lago che ha costituito una comoda e facile via di collegamento per le genti rivierasche fino a tempi recenti.

Un secondo filone d’indagine che potrebbe portare a novità interessanti è costituito dall’analisi delle tradizioni religiose e del folklore, che conservarono a lungo rituali molto antichi. Il culto delle rocce, nonostante alcuni passi avanti compiuti negli ultimissimi anni(37) circa la datazione, si presenta di difficile inquadramento a causa della lunga durata del fenomeno. La presenza di segni cruciformi sogli stessi massi incisi, quando ne sia dimostrata la valenza cristianizzatrice, attesta la persistenza dei culti pagani ben oltre l’età romana. Le antiche credenze in certi casi resistettero come superstizioni, in altri sopravvissero sotto le immagini della venerazione dei Santi o della Vergine. D’altro canto, analizzando la dislocazione delle più antiche dedicazioni cristiane si nota un’impressionante serie di sovrapposizioni a luoghi di culto pagani. In quest’ottica, un’attenta rilettura della Vita dei Santi Giulio e Giuliano potrebbe consentire l’individuazione delle aree sacre e delle tradizioni che si riallacciano ai più antichi culti preromani. In effetti il compito dei due missionari greci appare proprio la distruzione degli altari pagani e la loro sostituzione con quelli dedicati al vero Dio. Da quanto detto è quindi assai probabile attendersi che sia la chiesa di San Lorenzo di Gozzano, che la Basilica dell’isola di San Giulio siano stati edificati su precedenti aree sacre. Per l’isola, gli scavi archeologici hanno confermato quanto meno che la cristianizzazione risale alla fine del IV, inizi del V secolo, mentre per Gozzano attendiamo i risultati dei lavori attualmente in corso(38)

Qualche utile indizio, infine, può derivare dalla toponomastica. Il toponimo Opalium(39) sembra essere in relazione col nome personale Opalos, diffuso già in epoca preromana. L’origine di tale onomastico ha una storia curiosa, in quanto deriva da una radice etrusca col significato originario di “albero sposato alla vite”, vale a dire di albero su cui la vite era fatta arrampicare, secondo la classica tecnica mediterranea. Fufluns/Pupluns era il dio etrusco del vino corrispondente al Dioniso greco e al Bacco latino e il nome della città etrusca di Pupluna (Populonia) ha nella stessa radice la propria origine. Il termine si diffuse poi nelle aree sottoposte all’influenza etrusca assieme alla coltura della vite. Nel Lazio l’albero su cui la vite era fatta arrampicare venne denominato populus (pioppo). Poiché, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, furono gli Etruschi e non i Romani ad introdurre la coltura della vite in Piemonte (essa è attestata lungo il Ticino già nel VII secolo a.C.), le genti “Golasecchiane” importarono dall’Etruria anche i relativi termini tecnici. Nel Leponzio, che era un dialetto celtico meridionale, troviamo infatti opulos (con la caduta della p iniziale, caratteristica del celtico) citato da Varrone (116-27 a.C.) come termine usato per indicare questa pratica nel territorio di Mediolanum (Milano). A causa delle diverse condizioni ambientali l’albero usato nel nord Italia era però l’acero selvatico.(40)

Il nome divenne anche un onomastico, Opalos appunto, di modo che è difficile stabilire se il nome Opalium sia da intendere come “campo di Opalos” o come “luogo dove vi sono gli alberi su cui si fa arrampicare la vite”. È certamente suggestivo, ma è del tutto da dimostrare che tra i due toponimi vi sia una nesso, che in località Opagliolo il complesso murario denominato “Carlaccio” sia ubicato in “località Vignole”.

Andrea Del Duca, da Aconia et Agones, 1999

 

NOTE

1) Strobino F. 1992-1993.
2) Si auspica che tale ricchezza possa essere valorizzata e tutelata, sottraendola agli scempi compiuti dai cercatori abusivi di fossili. Un passo in avanti per quanto riguarda la tutela è stato compiuto con la creazione del Parco Naturale del Monte Fenera. Riguardo alla valorizzazione, cominciata negli anni ‘50 e da allora portata avanti con tenacia e passione dal Gruppo Archeo Speleologico di Borgosesia, essa potrebbe trovare un importante punto di riferimento nel Museo Archeologico di Borgosesia, attualmente in fase di allestimento.
3) Inedito. Sono ancora in corso lo studio paleoantropologico e la datazione col metodo del C14. Le notizie sono desunte dalla conferenza tenuta a Borgosesia il 15 febbraio 1996 dal dott. F. M. Gambari.
4) Nel gennaio del 1997 sono stati rinvenuti alcuni frammenti di ceramica neolitica sull’isola di San Giulio. Nel 1986, in località colle Géla, fu recuperata casualmente una mazza di pietra. Il reperto è incompleto essendosi rotto in antico durante la lavorazione, come dimostra il foro passante ancora occluso, e databile all’eneolitico.
5) Albertini C., De Giuli A. 1975; Caramella P., De Giuli A. 1992, pag. 188, tav. LXXV.
6) Albertini C., De Giuli A., Maulini A. 1974, p. 109-118;  Caramella P., De Giuli A. 1992, p. 39, tav. VII.
7) Nel settembre 1987, presso la cappella Caramin, in regione Malpensa, furono recuperati vari frammenti di ceramica domestica preistorica, simili a quelli scoperti ad Ameno nel 1992. Inedito.
8) Il Gruppo Archeologico del lago d’Orta “PAGUS”, con sede ad Ameno in Piazza Marconi, 1 è stato costituito nel 1992 da un piccolo numero di appassionati locali e studenti dell’Università Statale di Milano. Fin dalla sua nascita l’Associazione ha cercato, lavorando in stretto contatto con la Soprintendenza Archeologica del Piemonte e in particolare modo col dott. Filippo M. Gambari, di recuperare il maggior numero di informazioni circa i ritrovamenti casuali effettuati nella zona del Cusio.
9) Inedito. Una breve nota, desunta da articoli di stampa, in Caramella P., De Giuli A. 1992, p. 19.
10) Inedito.
11) Fumagalli R. 1960 , p.132.
12) Barbero F. 1969, p. 20. Fozzati-Fedele 1983-84, p. 21.
13) Inediti.
14) Designate con le lettere A, B, E, F.
15) Barocelli P., Decio G. 1935, p. 8, nota 16; Decio G. 1938, pp. 343/4; Caramella P., De Giuli A. 1992, p. 18.
16) Albertini C., De Giuli A.1977, pp. 29-31, figg. 4-6 e Caramella P., De Giuli A. 1992, p. 54, tav. XII, 2-3.
17) Barocelli P., Decio G. 1935.
18) De Marinis R. C. 1986, pp. 52-81.
19) I materiali, inviati a Novara assieme a quelli di Ameno, vennero confusi con questi. Attualmente si conserva solo un anello a globetti, chiaramente descritto nelle lettere inviate dall’ing. Decio al Prof. Viglio e conservate nell’archivio del Museo Civico di Novara.
20) Piana Agostinetti P. 1991, pp. 206/7.
21) In regione Campello, un contadino rinvenne, nel 1903, una coppa ad impasto grossolano, bordo rientrante, decorata a rete sul ventre e un vaso a trottola, mancante del collo, datato al II-I sec. a.C. Sulla spalla di questo è graffita un`iscrizione in leponzio. Per la bibliografia essenziale si rimanda a Caramella P., De Giuli A., pp.131-172.
22) Alla fine del secolo scorso, in località imprecisata furono rinvenuti anelli, braccialetti, cuspidi in ferro. I materiali, genericamente definiti gallici, vennero dispersi. Al Museo di Novara sono conservati alcuni oggetti provenienti da Nonio e databili al I sec. a. C. e al  III-IV d. C. Barocelli P. 1920, p.29; Cassani L. 1962, p. 284.
23) Nel 1950 nell’area del Castellaccio vennero rinvenuti, oltre alle fondamenta di una torre a pianta esagonale, alcuni oggetti pertinenti forse al corredo di una tomba, inquadrabile tra il I sec. a. C. e il I sec. d. C.
Fumagalli R. 1970,  p. 29, Zolanetta S. 1978, p. 41.
24) Caramella P., De Giuli A. 1992, pp.131-172, tavv. 47-52.
25) Dalle lettere del Decio, conservate presso l’archivio della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, risultano almeno due frammenti con iscrizioni galliche.
26) Manini Calderini O. 1990, pp. 139-140.
27) Albertini C., De Giuli A.1974; Caramella P., De Giuli A. 1992, p. 186.
28) Manini Calderini O. 1990, pp. 139-140.
29) De Giuli A. 1989, pp. 57-58; Caramella P., De Giuli A. 1992, pp. 25.
30) Biganzoli A., Chiovini N. 1990, p. 151; Caramella P., De Giuli A. 1992, pp. 218-/9.
31) La pietra, per consiglio della Soprintendenza e grazie alla disponibilità del Sindaco, del proprietario e degli operai comunali, è stata asportata e collocata provvisoriamente nel Municipio di San Maurizio d’Opaglio.
32) Caramella - De Giuli 1992, pp. 20-23; Ovidio, Tristia, II 481/2; Ars Am. III, 365/6. Isidoro, Origines, XVIII, 64.
33) Gambari F. M. 1994 a, fig. 4.
34) Per i problemi cronologici relativi a questo aspetto dell’arte rupestre vedere anche Arcà A. 1994.
35) Già il Bettoja ha segnalato le rovine del “possente terrazzamento quadrangolare”, attribuendole ad una torre di vedetta vescovile. A questo proposito ha citato la scoperta, avvenuta in epoca imprecisata, di cunicoli che avrebbero collegato il complesso alla riva del lago e a Baritto. Non è stato possibile verificare l’esattezza di questa informazione. Cfr. Bettoia M. 1992, nota 1.
36) Marzi A., p. 15; Del Duca A. “La torre di Buccione e il sistema fortificato del Lago d’Orta”, in I Quaderni del Parco, Orta San Giulio 1997.
37) Gambari F. M. 1994 a; Arccà A. 1994.
38) Una conferma dell’ipotesi potrebbe essere costituita da un’iscrizione leponzia, forse una dedica ad una dea pagana, scoperta reimpiegata in una tomba altomedievale all’interno della chiesa di San Lorenzo. Notizia inedita, gentilmente fornita dal dott. F. M. Gambari.
39) Circa l’origine di questo toponimo vi sono varie ipotesi, di cui alcune decisamente inverosimili. La derivazione di Opalium da un prediale coniato dal personale preromano Opalos era già stata proposta dal Lomaglio (su Il Momento, giugno 1994, pag. 21) sulla base degli studi compiuti dal Massia nella prima metà di questo secolo.
40) Per un’analisi dettagliata sulla coltura della vite nel Piemonte preromano e le sue implicazioni storiche, nonché per un discorso più articolato sulle tecniche vitivinicole dell’epoca si rimanda a Gambari 1994 b.

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